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Chi
volesse documentarsi sulle varie avventure di magia capitate nella
storia non farà fatica. Basta che parta da Apuleio per
giungere fino ad E.Levi e potrebbe trovare una sacco di racconti
"simpatici" e anche istruttivi. Tutti questi hanno comunque
delineato la figura del mago o della strega come di chi impavido ed eroe
compie il suo rito e ne trova il risultato desiderato.
Qui
riporto invece un brano vero di una invocazione magica capitata molti
anni fa ad un "eroe un po' sfigato".
Questo
racconto viene riportato in funzione di ulteriori insegnamenti che
verranno dati in seguito, sempre nel sito, circa la magia cerimoniale.
VERA
STORIA DI UNA INVOCAZIONE MAGICA FATTA NEL GIORNO DELL'EQUINOZIO DI
PRIMAVERA
La
notte precedente alla invocazione, non dormii quasi affatto.
Avevo bensì caricato la sveglia mettendone l'indice alle tre del
mattino, ma non nutrivo fiducia in quell'antipatico impasto di molle e
di ruote, sapendolo per esperienza capace di saltarsi a piè pari l'ora
stabilita, salvo poi ad accanirsi dodici ore più tardi in una
interminabile ed intempestiva suonata. Perciò, dopo due ore di sonno più
volte interrotto per consultar l'orologio, mi risvegliai di mia
interiore iniziativa prima della sveglia la quale, anch'essa, è giusto
riconoscerlo, fece puntualmente il suo dovere con mia relativa
soddisfazione e con somma letizia, senza dubbio, dei miei vicini di
appartamento, i quali, per altro, non meritavano troppi riguardi.
Difatti, avevo iniziato le operazioni preliminari ( ne parleremo in
altra pagina ) con l'ultimo plenilunio; e, per quanto non ne avessi
certamente fatto parola, i miei vicini avevano subodorato qualche cosa
di strano, e nella loro incomprensione si erano, naturalmente, ingegnati
di mettermi tra le ruote quanti bastoni potevano. A dire il vero, non
avevano solamente subodorato, ma avevano addirittura dovuto odorare gli
svariati profumi che nonostante ogni mia precauzione emanavano dalla mia
stanza per i suffumigi eseguiti nelle operazioni di rito; e,
specialmente pei suffumigi di zolfo, si era permesso, il "volgo
profano", anche di protestare :-)). Una sera poi attraverso il buco
della serratura, che dimenticai di tappare, e tra mezzo una spessa
nuvolaglia di fumi e profumi, qualcuno ha intravisto un pazzo od un
ammattito, che, bianco incappucciato, faceva e diceva incomprensibili
cose. E più ancora crebbe l'allarme quando il matto prese l'abitudine
di uscire di casa tutte le notti verso le ore tre per ritornare a
dormire verso le sei o le sette...
Quando
la bufera infernale della sveglia ebbe finalmente requie, mi assorbii
nelle consuete operazioni del rito ordinario, che sarà riferito in
seguito e, terminate queste, fatta l'abluzione di rito, sorbito in
fretta un caffè di caffè, mi vestii rapidamente per recarmi sul luogo
prescelto e preparato per l'invocazione. Con questa razza di prossimo,
difatti, non c'era neppure da pensare a proseguire le operazioni di rito
nella mia camera. Come avrei potuto spiegare e giustificare gli
eventuali e non occultabili fenomeni, movimenti di oggetti, rumori,
voci, conversazioni? E come avrei potuto proseguire nell'intrapresa
durante i giorni e le settimane seguenti? Meglio, molto meglio, farsi di
notte tempo una passeggiata di venti minuti e recarsi nel sotterraneo
nostro, dove per lo meno potevo esser sicuro che nessuno mi avrebbe
veduto, sentito e disturbato.
In verità, l'entrata del mio sotterraneo non era troppo comoda;
bisognava discendere nel sottosuolo e poi chinarsi a terra per
attraversare carponi uno stretto passaggio appositamente praticato in
un'antica muraglia spessa tre metri; ma, una volta percorso, strofinando
la pancia per terra e la schiena sul muro, lo stretto passo, si arrivava
in una serie di immense, alte e solitarie sale sotterranee. Anche di
giorno regnava là sotto una profonda oscurità ed un silenzio solenne.
Proprio in fondo e nel bel mezzo di una vastissima sala, discendendo
ancora con un pendio di qualche metro, si entrava in un'ampia cripta,
lunga una quindicina di metri ed alta più di due, isolata doppiamente
dall'esterno, perfettamente oscura e silenziosa senza altra apertura che quella di
entrata.
In fondo alla cripta sin dalla sera innanzi
avevo predisposto quanto occorreva: la lampada che piena di puro olio di
oliva pendeva già dal soffitto, il braciere al suo posto,
l'orientazione determinata, segnati al suolo i punti dove andavano
tracciati i caratteri magici, pronto e sottomano il carbone per il
braciere e per il tracciamento dei segni, la spada giacente nel suo
ripostiglio. La cripta era priva di porta, ma poco importava poiché
nessuno poteva entrare nel sotterraneo. Del resto, anche se un ipotetico
ed inopportuno visitatore avesse potuto attraverso il sottopassaggio e
il dedalo sotterraneo giungere sino alla vasta sala contenente la
cripta, si sarebbe sicuramente fermato, vedendo apparire d'un tratto il
riflesso del chiarore misterioso, che la lampada magica
proiettava nel buio della sala attraverso l'entrata della cripta: perché
cotesto chiarore aveva un carattere così spettrale da fare impressione
anche su me. E chi avrebbe osato avanzare scorgendo poi, in fondo alla
cripta, agitarsi in un alone di fumo un bianco fantasma armato di spada?
Sin dalla vigilia, per non dimenticare nulla, avevo
preparato quanto dovevo portare con me: la chiave del sotterraneo, una
torcia elettrica, i fiammiferi, il camice di puro lino, i profumi di
rito ecc. Misi nelle tasche quanto ci entrava, feci un fagotto del
rimanente, ed uscii. La notte era fresca e serena; a quando a quando
la luna ancor alta si faceva vedere attraverso le vie solitarie. Per una
curiosa, rara e favorevole combinazione,
la luna piena era caduta proprio tre giorni prima, i tre giorni
richiesti dalle operazioni preliminari, dimodoché
potevo dare inizio alla invocazione proprio quando il sole entrava nel
primo punto di Ariete, per terminarla
nel primo plenilunio di primavera.
Mi avviai di buon passo, sia per vincere il fresco della notte, sia per
non perder tempo giacché bisognava operare prima dell'alba.
Con questi lumi di luna girare alle tre di notte per le vie della città
con un fagotto sospetto sotto il braccio poteva anche dare nell'occhio.
La prospettiva di incappare in una ronda della polizia mi teneva
un po' in apprensione. Figurarsi! Cosa avrei mai potuto dire per
spiegare dove andavo, che facevo, e perché mai portavo in giro a
quell'ora impossibile, quel pacco di arnesi stravaganti?! Anche per
questo affrettavo il passo: ancora una piazza da traversare, poi infilo
quella stradetta, svolto la cantonata, e... e vado a sbattere proprio in
faccia a due agenti. Ma benone! Per fortuna l'abitudine inveterata di
dominarsi sempre e di dominare sempre funzionò automaticamente, non
trasalii menomamente, non attrassi l'attenzione, e ritenni per certo che
l'idea di fermarmi e di interrogarmi non sarebbe passata loro neppure
pel capo; così pensai, così volli e così avvenne.
Due minuti dopo entravo nel sotterraneo; gli ostacoli miserabili erano
oramai sorpassati; almeno così mi pareva.
La lampada, il braciere, la spada, il carbone, tutto stava al suo posto
in bell'ordine. Non faceva freddo là sotto, ma l'umidità arrivava
nelle ossa. I fiammiferi lasciati la sera prima erano diventati
inservibili; meno male che avevo avuto il buon senso di portarmi un
bic. Anche gli stoppini dei beccucci della lampada magica avevano
sentito l'umidità e stentavano a prendere fuoco, ma poi, una volta
avviate, le tre fiammelle funzionarono a meraviglia; non c'era e non ci
poteva essere un filo di aria che le agitasse ed esse diffondevano
intorno una luce calda, tranquilla e sufficiente allo scopo.
Accesa
la lampada, passo al braciere. Lo prendo e lo porto fuori della cripta
in luogo più acconcio ed alla luce di due candele mi accingo ad
accendere il carbone.
La
faccenda si presenta piuttosto seria; il carbone in poche ore si è
talmente impregnato di umidità che non vuole saperne di accendersi;
anche le ventole han risentito l'umidità e sono umide; ma soffia e
risoffia, con la ventola e coi polmoni, finalmente quest'accidente di
carbone si decide a prender fuoco; oramai non si tratta che di
mantenerlo acceso. Ma intanto è trascorso più tempo di quanto avevo
calcolato.
Mi svesto rapidamente, indosso il camice, e discendo nella cripta
portando con me il braciere ed avendo cura ogni tanto di ravvivarlo.
Prendo i profumi di rito, e ne metto una manciatina sopra i carboni
roventi; dal braciere si innalza immediatamente un fumo spesso e
odoroso, ma non tale da offuscare notevolmente la luce delle fiammelle
che seguitano a bruciare tranquillamente. E mentre il profumo del
suffumigio seguita a spandersi intorno, prendo un carbone e traccio con
esso per terra nei quattro punti cardinali i caratteri magici del rito,
e poi nel mezzo, sempre col carbone, traccio il segno dell'operazione.
Sopra questo segno pongo il braciere da cui si eleva ancora qualche
spira di fumo. Finalmente ci siamo. Non mi resta che gettare un altro
po' di profumo sul fuoco e procedere alla invocazione.
Mi
riconcentro un poco e ad un tratto, dinanzi alla mente sin allora
assorbita dalle varie faccende e difficoltà materiali che ho riferito,
si presenta netto il pensiero di quanto sto per tentare. Non tremo e non
esito, ma non è forse eccessivo ardimento il mio, di alzare lo sguardo
ancora terrestre tanto in alto, verso così elevata potenza della
gerarchia solare? Si, certo, l'ardire è grande, ma è una ragione di più
per agire risoluto e deciso. E subito, che questo maledetto carbone ha
giurato di farmi penare. Se si spegne addio suffumigi e addio
invocazione; il tempo mi mancherebbe per riaccenderlo, né del resto
posso cambiare l'ordine delle operazioni. Mi chino a terra, do di piglio
alla ventola, soffio con tutta la forza dei polmoni: là, sia lode agli
Dei, il fuoco riprende, e sprigiona luce e calore.
Butto
un'altra manciata di profumo sul fuoco, prendo ritualmente la spada,
inforco gli occhiali, prendo con la sinistra un rotolo di carta
appositamente preparato in modo da poterlo svolgere usando una sola mano
per leggere la lunga invocazione scrittavi su, mi volgo ad oriente,
metto la spada in direzione del segno dell'operazione e ben conscio di
quanto faccio comincio lentamente e fortemente a dire: «Potenza somma
di ogni potenza... ». Constato con piacere che la luce della lampada mi
permette di seguire a mio agio le parole dell'invocazione e che tutto
sta procedendo. Ma che cosa succede? Che cosa è questo vento? Proprio
ora si desta per agitar le fiammelle e disturbar la lettura!? Ed ora che
accade? Non ci vedo più! Per tutti gli Dei dell'Olimpo, mi si sono
appannati gli occhiali! Si capisce, ho fatto una sudata per via di quel
maledetto carbone, ed ora per la traspirazione, con questa umidità,
avviene una precipitazione del vapore acqueo, le goccioline restano
attaccate ai vetri degli occhiali grazie all'adesione, la spiegazione
fisica del fenomeno non fa una grinza, ed io intanto... non ci vedo più.
Bisognerebbe levarsi gli occhiali per ripulirli, ma dovrei interrompere
l'operazione; e poi non ho che due mani; la spada, Dio guardi, nonché a
lasciarla, a smuoverla soltanto dalla sua direzione; e con la sinistra,
impicciata dal rotolo di carta e da qualche altra coserella,
impossibile. E d'altra parte come si fa a piantare a metà, con queste
potenze già scatenate? Vedi, vedi, come il vento solleva le spire del
fumo ed agita le fiammelle! Per tutti gli Iddii viventi, che a momenti
si spegne la lampada!
In un batter d'occhio, per un miserabile piccolo ostacolo, la faccenda
aveva preso una piega inquietante. E pensare che quel brav'uomo di
Socrate badava a dire che gli occhi dell'anima cominciano a vederci
chiaro quando quelli del corpo cominciano a vederci scuro. Bella
consolazione, non c'è che dire; ma intanto era meglio se non si
appannavano gli occhiali. Qui la faccenda butta male. Ed ora, questa
vertigine improvvisa? Questo malessere profondo? Attenzione, attenzione!
Calma ed attenzione! E questo tremore? Come? Son tremiti di paura?! I
nervi, la carne. han paura! Ebbi ad un tratto paura della paura, paura
di non saper dominar la paura; ne intravidi le conseguenze, mi vidi
stecchito, disteso esanime al suolo; e reagii prontamente. Mi ripresi
netto, con un sùbito atto d'imperio, deciso a proseguire ad ogni costo
e comunque, sino alla fine. Frattanto l'appannatura si era in parte
dileguata, e poiché mi bastava afferrare qualche parola
dell'invocazione per aiutar la memoria, potei proseguire sino alla fine
con qualche stento. Ma nella lotta contro le meschine imprevedibili
difficoltà materiali e con le complicazioni che ne erano
derivate non avevo potuto concentrare debitamente le mie energie
spirituali, e, forse per
questa ragione, l'invocazione non sortí tutto
l'atteso
effetto.
Quando
alle sei della mattina fui di ritorno a casa, tra il sonno e la
stanchezza, non mi reggevo in piedi e dormii profondamente.
Quando
mi svegliai, l'inconveniente degli occhiali era eliminato; avevo
riacquistato dieci decimi
! :-)).
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