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Immortalità Reincarnazione e Karma |
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Cosa si pensa possa sopravvivere alla morte? E cos'è la morte? Immagino che molti diano per scontato che qualcosa sopravvive alla morte. Per esempio i prodotti di dissoluzione del cadavere. Ma per sopravvivenza alla morte si ha in mente "la coscienza vivente" "l'io" . Se osserviamo bene la nostra coscienza di esistere come coscienza individuata è strettamente e indissolubilmente all'unità organica. Si vede già che col sonno per il venir meno delle percezioni sensoriali, anche la coscienza viene meno. Dal sonno ci si desta e la coscienza ritorna ma è così perché l'unità organica sussiste. Di conseguenza con la morte non sarebbe legittimo aspettarsi altro. Allora il problema dovrebbe impostarsi in modo diverso: bisognerebbe vedere in quali casi e sotto quali condizioni nell'uomo si attui di fatto qualcosa di differente. La tradizione magica si differenzia nettamente dalla gran parte delle vedute religiose ( comprese certe correnti Wicca ) perché non pone il problema della sopravvivenza e dell'immortalità in modo astratto e generico per l'uomo in genere, bensì avendo riguardo per varie possibilità e per varie condizioni. Non dà per scontato che ci deve essere per forza un'anima eterna ma solo che certe anime risvegliate, cioè, quelle che hanno vinto la morte in vita, potranno resistere alla grande estasi della morte. Si può anche ammettere che come l'organismo fisico con la morte non si dissolve nel nulla ma dà luogo dapprima ad un cadavere, poi ai prodotti di dissociazione di esso che vanno a seguire varie leggi chimico-fisiche, lo stesso devesi pensare approssimativamente per la parte « psichica » dell'uomo: alla morte sopravvive, per un certo tempo, qualcosa come un « cadavere psichico », una specie di fac-simile della personalità del defunto, che, in certi casi, può dar luogo a manifestazioni larvali varie. Son proprio queste manifestazioni del cadavere psichico che dagli spiritisti vengono ingenuamente assunte come prove « sperimentali » per il sopravvivere dell'anima, laddove, per uno sguardo più acuto, esse varrebbero piuttosto come una dimostrazione del contrario. Sono sempre comunque azioni « elementari » che nulla hanno a che fare con ciò che si può chiamare la personalità spirituale del morto. Dal punto di vista della tradizione magica, l'io che si appoggia alla coscienza vivente, cioè l'io non ancora trasformato, non ancora "svegliato" dall'azione magica,- in altre parole il 99.99% degli "io" esistenti sul pianeta- è simile ad una immagine riflessa. Quando uno specchio si spezza, ciò non tocca l'oggetto che vi si riflette, ma la sua immagine riflessa scompare ( cioè l'io comune ). In tali termini bisogna interpretare il fenomeno della morte quando esso ha un esito solo negativo come si è detto parlando della coscienza vivente. Ciò che ha natura di Io umano, quando lo specchio si rompe, non sopravvive. Più esattamente interviene un vero e proprio cambiamento di stato e a parte lo spettro e i residui psichici e larvali, di cui si è detto, e che sono come degli automatismi sussistenti per forza d'inerzia, ciò che è propriamente vita. In ogni modo si vuole dissipare l'equivoco della re-incarnazione, cioè quella veduta che, contrariamente a quel che pensano molti « spiritualisti » e teosofi di oggi, non corrisponde per nulla ad un insegnamento magico. In genere, è contraddizione in termini che un « lo comune "riflesso" » che è, approssimativamente, quello che per la grandissima maggioranza vale come il loro « Io », cioè l'Io tout court possa rincarnarsi; è una contraddizione in termini, perché la relativa identità di un tale Io esiste in funzione di un dato organismo psico-fisico, cioè di una data combinazione che, una volta dissoltasi, non si ripresenterà più la stessa. Non è l'Io che si reincarna in una serie di esistenze, non è il prodotto, cioè il riflesso a reincarnarsi ma la forza producente che proietta se stessa. E per tal via si è giunti al nucleo centrale del problema magico della sopravvivenza e alla dottrina della natura condizionata sia di essa, sia dell'immortalità. Si è usata, per l'Io, l'immagine di un riflesso legato al mezzo in cui esso si è formato. Ora si può concepire un risalire dal riflesso all'origine, cosa che implica appunto una separazione, un distacco corrispondente anch'esso ad un cambiamento di stato e ad una crisi profonda, perché vi si realizza più o meno come nella morte un venir meno dell'appoggio abituale fornito dal corpo e dalla vitalità. Tale è la morte magica, la quale può ben dirsi una morte effettiva realizzata in via sperimentale, dopo che alla persona in questione è stato trasmesso un potere capace di sorreggerne la coscienza. Chi sia passato effettivamente attraverso questa morte ha cessato di essere umano; egli nella forma individuale non è più da essa vincolato, il suo Io non è più un riflesso, ma invece un ente. Egli ha reso appunto in atto la «personalità spirituale ». Giunti a tanto, può anche venir meno l'appoggio del corpo e dell'esperienza sensibile senza che la coscienza si dissolva e si sprofondi. La condizione positiva per la sopravvivenza risulta, in questi termini, realizzata ed è suscettibile eventualmente di controprove. Per esempio chi supera questa prova non dormirà più, nel senso che anche quando subentrano i processi comuni del sonno la sua consapevolezza resterà vigile. Una consapevolezza che non è più legata all'unità organica ma che la usa. Quanto al carattere di concretezza della trasformazione magica, basterà ricordare il detto, che tanto scandalo destò nella Grecia già « illuministica », e cioè che se un delinquente è iniziato ad Eleusi il suo destino dopo la morte non è da paragonarsi con quello che attende l'uomo più virtuoso: il delinquente sarà immortale e il virtuoso sparirà per sempre. La natura non ha morale ma leggi; il regno dei Cieli subisce violenza; bussate e vi sarà aperto..... e se non vi aprono: buttate giù la porta. [ quello che non è riuscito a fare il mitico Adamo]. Per chi fosse interessato a proseguire il discorso, legga la pagina "la Rivincita di Adamo" Va bene, si può esser d'accordo che l'immortalità potrebbe essere un compito da conquistare e non una grazia ricevuta, come certe religioni a noi vicine danno per scontato. Ma qualcuno potrebbe obiettare che non si può escludere l'esistenza di principi eterni nell'essere umano ( vedi la mitica anima ) i quali sono sempre esistiti ed hanno sempre operato in lui, senza però cadere sotto la luce della coscienza. A ciò va replicato che quand'anche tali principi eterni esistessero di fatto, ma l'Io non se ne accorgesse, agli effetti della sua immortalità è proprio come se essi non esistessero. Un tavolo, ad esempio, può esserci, ed io sapere o no che esso c'è. Ma per l'Io non si può dire lo stesso: non c'è da una parte l'Io e, dall'altra, la coscienza di esso, ma la sostanza dell'Io è la coscienza stessa; il suo essere è il suo essere cosciente. Perciò non si può pensare a qualcosa dell'Io che sussiste, quando la sua coscienza si spegne, quasi come il tavolo sussiste indipendentemente che io sia o no là a guardarlo. Quando si spegne la coscienza e il senso dell'autoidentità, si spegne anche l'Io, e ciò che può sussistere, eterno o meno, materiale o spirituale, non è più propriamente quell'io che noi vorremo immortale con la possibilità magari di reincarnarsi. Se si vuole, non si parli di un dissolversi dell'anima alla morte bensì del riflesso che viene riassorbito nel principio trascendente che lo ha proiettato,( l'io immagine che ritorna nell'io che lo ha generato ) il che in termini religiosi o panteistici potrebbe esser anche detto un esser riassorbita dell'anima in Dio. Quanto agli altri possibili elementi che sopravvivono, lasciando da parte i residui e il fac-simile psichico destinato esso stesso a morire, resta ciò che la tradizione indù chiama il karma e su cui i teosofi tanto hanno divagato. Ma anche quel che si lega al karma non ha nulla a che fare con l'immortalità vera, perché qui si tratta di un giuoco di forze impersonali chiuso nella sfera dell'esistenza condizionata (samsârica). L'insegnamento corrispondente è che come l'uomo per generazione animale può dare l'esistenza ad un altro individuo distinto da lui, a cui si trasmette la sua eredità biologica, del pari le sue azioni possono determinare una forza che sarà causa di un altro essere, le caratteristiche del quale avranno una certa relazione con quelle stesse azioni. Tale è il karma e per questo è stato insegnato che ciò che resta quando l'uomo si dissolve nelle singole componenti le quali ritornano ai loro ceppi d'origine, è il karma. Ma, in tutto questo processo, erroneamente interpretato come reincarnazione dell'« anima immortale », non vi è alcuna base per il continuarsi di una auto-identità. Il massimo è quanto può suggerire l’immagine di una fiamma che ne ha accesa un'altra: il fuoco è lo stesso, è l'una che ha suscitata l'altra, ma si tratta pur sempre di un'altra fiamma rispetto alla prima. Nel dominio karmico, questa è l'ultima parola. E’ un ordine di cose a suo modo « fisico », che non riguarda per nulla il destino della personalità spirituale. |