CHI « VEDEVA » GLI DEI

 

Uno dei pregiudizi che al giorno d'oggi impediscono di più la comprensione delle tradizioni antiche o di civiltà che ancor presentano una forma diversa da quella dominante in Occidente, è pensare che quale è oggi il mondo delle facoltà umane nel riguardo della percezione sensibile, tale sia sempre stato. Se noi consideriamo, ad esempio, l'immaginazione, troviamo che essa, oggi, allo stato di veglia, nella gran parte degli uomini è una facoltà semplicemente soggettiva: essa elabora forme che appartengono al mondo dell'Io e che non hanno relazione con la realtà. Tanto, che dire fantastico e dire irreale o arbitrario, oggi fa tutt'uno; cosi un giudizio analogo viene esteso a tutto ciò che nelle antiche tradizioni appare aver riferimento ad una facoltà del genere - contenuto di favole, di miti, ecc. Una tale opinione è esatta in relazione ad una certa condizione della facoltà fantastica, per cui questa si trova isolata dal mondo esterno, e ricettiva unicamente agli impulsi che vengono dal mondo soggettivo dell'Io. Ma è possibile, per tale facoltà, una condizione diversa ed opposta, per cui essa, invece, sia isolata rispetto al mondo soggettivo ed aperta al mondo oggettivo proprio come accade per le facoltà della percezione fisica. In questo stato le  forze naturali, allo stesso modo che agendo sugli organi dei sensi producono una percezione o rappresentazione avente valore di conoscenza reale, così esse, agendo sulla fantasia, creano un fantasma, una visione, o immagine, che ha egualmente un valore di conoscenza reale. Sorgono cioè forme simbolico-fantastiche che traducono figurativamente un contatto con le forze delle cose. Così l'uomo antico vedeva gli dèi, vedeva gli gnomi, le silfidi, le ondine, i dèmoni, i geni e via dicendo. Tutto ciò per lui non era per nulla una « invenzione », una escogitazione poetica, ma un dato immediato della esperienza che si inseriva spontaneamente fra la trama di   ciò che i sensi fisici rivelano - quasi a continuarla. Ripetiamo che ancor oggi la cosa è possibile, ed ha luogo quando allo stato di veglia si sia capaci di isolarsi in ciò che altrove è stato chiamato l'« uomo lunare » . 

Spieghiamoci ancor più chiaramente: Se poniamo una persona munita di una certa sensibilità estetica dinanzi ad un oceano in tempesta, si stabilirà un certo rapporto per cui, oltre alla comune rappresentazione sensoriale, egli sentirà una certa emozione estetica. In un secondo tempo, partendo da questa emozione egli potrà sviluppare date immagini poetiche e fantastiche, di un valore puramente personale. Oggettivamente, ecco che è successo: una certa azione invisibile delle forze fisicamente manifestantisi nell'oceano è subito passata a trasformarsi e consumarsi in uno stato soggettivo: l'Io si è interposto, ha trattenuto unicamente la sua "scossa emotiva" e su quella, come fatto privato di un poeta, ha costruito. Però con una percezione fisica, far questo non gli sarebbe stato possibile; in quanto ché il processo della percezione sensoria è siffatto, che l'Io non può intervenire prima del prodursi di una rappresentazione avente carattere di conoscenza reale, oggettiva. Ora, se in via spontanea e provocata l'Io fosse condotto ad una tale incapacità di intervento e di appropriazione anche nei riguardi del processo di cui sopra, l'azione da fuori non incontrerebbe più il trasformatore che l'arresta in forma di sensazione soggettiva- emozione lirica o altro; continuerebbe la sua via, sino a giungere pura alla fantasia: la quale reagirebbe producendo una immagine, una visione, una apparizione. Sarebbe, per es., la figura del « DIO » dell'Oceano. In questo caso la fantasia agirebbe come una facoltà di conoscenza, conoscenza reale quanto quella fornita dai sensi ordinari. 

Il carattere simbolico di ognuna di queste visioni, non bisogna però dimenticarlo mai. Ci si rende conto di come stanno veramente le cose, quando si dice così......:. Allora si ha il contatto metaflsico o di unizione, che è conoscenza nel senso integrale del termine.

Ma, limitandosi allo stadio intermedio, molto avrebbero da imparare, se vedessero, i moderni, studiando le visioni, le leggende e miti dell'umanità antica non solo, ma perfino di quei residui degenerescenti di essa, che sono i popoli selvaggi.