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Opera al Nero |
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Se non si muore non si può
rinascere. Ma cosa deve morire? E come si può uccidere quella parte che
in noi sbarra la strada alla rinascita? Cosa deve morire l'abbiamo
capito, cioè il modo di essere "fissi"
"inchiodati". Morire alla nostra "personalità"
frammista da diversi corpi. Morire a quell'io ancorato al principio
"terra", alla pietra; a quell'io che si nutre di
"brama". Morire alla "visione del mondo" fatto di
materia solida. Per far ciò bisogna sospendere quell'azione del corpo fisico su Per
chiarire questa esperienza presa in generale, anche senza rifarsi a
insegnamenti esoterici, v'è il puro dato di fatto che, quando le
attività della coscienza esterna di veglia sono ridotte, anche questa
coscienza, nell'uomo comune, è ridotta. Siffatta riduzione, nei suoi
vari gradi, è parallela alla progressiva separazione del principio
Mercurio il quale, staccandosi, cessa di accogliere le immagini del
mondo esterno. Per quel tanto che l'uomo normale sa ancor reggersi senza
il diretto sostegno di esse si ha lo stato di coscienza-di-coscenza,
e poi di sogno, ove la dinamizzazione dell'attività fantastica
dissociata dai sensi esterni è, peraltro, accompagnata da una riduzione
e da uno svuotamento del senso di sé. Quando il distacco si accentua
subentra il sonno, ed allora la coscienza è abolita. Più oltre si ha
lo stato di transe, la letargia e lo stato catalettico. Più oltre,
quando la separazione è completa, si ha lo stato di morte apparente, ed
infine la dissociazione dell'organismo, non più tenuto insieme dalla
forza vitale: cioè la morte. Questa è la fenomenologia della « separazione » e della « dissoluzione », quando essa avviene in via spontanea, passiva e negativa, nella piccola e nella grande notte dell'uomo, oppure essendo provocata da sostanze speciali, come droghe, anestetici, tossici. Sono stati e condizioni reali dell'essere. Ora. tutto il segreto della prima fase dell'Opera ermetica consiste in questo: nel far sì che la coscienza non sia ridotta e poi sospesa già sulle soglie del sonno, ma possa invece accompagnare questo processo in tutte le sue fasi, sino ad una condizione equivalente alla morte. La «dissoluzione » diviene allora una esperienza vissuta, intensa, indelebile e questa è la « morte » alchemica, il « più nero del nero », l'ingresso alla « tomba di Osiride », la conoscenza dell'oscura Terra. Solo che l'avventura non è esente da rischi, potendo accadere che qualche alterazione, di cui non si domini il processo, determinata, per es., da una incongrua reazione dell'Io, stabilizzi fra detti elementi dei rapporti abnormi o incompleti, ai quali, se la prova non è superata, non possono non corrispondere forme ridotte o abnormi delle facoltà di veglia. Artefio dice che con la « soluzione » e il « color nero » si produce « la discontinuità delle parti ». In effetti, si provoca la disintegrazione del « composto » o « misto » nei suoi elementi: per cui chi affronta l'esperienza, e per tutto il tempo che essa dura, si mette in un costante pericolo di morte, o almeno di tutti quei disturbi (paresi, amnesia, stupefazione, atonia, epilessia) che possono derivare dalla dissociazione non più rimossa fra le energie vitali e gli organi e le funzioni corporali cui queste corrispondono. Quando invece tutti i cambiamenti di stato siano eseguiti e sostenuti senza venir meno, avendo operato il distacco, con ciò si è conseguito il principio della nuova nascita. « La generazione iniziatica si fa quando la Materia è in una completa dissoluzione, che i Filosofi chiamano putrefazione o nero nerissimo ». |