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ARIA e FUOCO |
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Nella precedente pagina « Barriere » abbiamo delineato alcuni mutamenti di visione che debbono diventare organici in noi. Certamente, occorre un lungo periodo di tempo per abbattere certe radicate condizioni che paralizzano ogni possibilità di realizzazione interiore. Noi ci sentiamo liberi nel pensiero e ci sembra di aver ottenuto un grande risultato quando esso è mutato rispetto a qualche pregiudizio tradizionale. Invece con ciò siamo solo al principio. Vi sono idee divenute parte organica di noi stessi, e al momento di tradurre in realtà il compito, l’ostacolo superato con la mente esiste ancora in noi e inibisce l’esperienza. Ci meravigliamo di non ottenere risultati perché ignoriamo che in noi stessi qualche cosa si è opposto. Se sappiamo tutto ciò, allora ci sarà possibile di prender coscienza di questo dualismo fra semplice pensiero e costituzione interiore, fra pensieri legati al cervello e pensieri che vivono in essenza dentro di noi, radicati in altri organi. Abbiamo accennato al ritmo, ebbene: allorché il cervello perde interesse al concetto conosciuto e ripetuto e lo lascia libero, allora comincia la possibilità della discesa in noi del concetto stesso. Esso diventerà in noi una forza reale. Quello che abbiamo detto a proposito dei mutamenti di visione e del nuovo concetto - infinito - di sé e del mondo che, ritmizzati, divengono un nuovo senso di noi stessi e del mondo stesso, dobbiamo ripeterlo a proposito di alcune attitudini da evocare e coltivare, che sono condizione indispensabile dello sviluppo: esse non debbono restare alla superficie della nostra coscienza – non basta pensarle e neanche praticarle: debbono invece penetrare fino alla radice del nostro essere integralmente inteso. *** Una
di queste attitudini si può chiamare il senso del l’aria. Noi
possiamo vivere nell’immaginazione l’elemento « aria », che tutto
penetra e vivifica, ed anche la sua mutevolezza, la sua silenziosa
presenza, tutte le gradazioni del moto, dallo sfioramento sottile,
insensibile, alla forza, all’impeto, alla violenza. Noi lo sentiamo
infinitamente libero, senza radici, senza origini, senza causa, pronto
alle variazioni più estreme in un batter d’occhio. Dopo che la nostra
immaginazione, impadronitasi di questo senso, l’avrà sentito e
vissuto – occorre trasfonderlo in noi, farne uno stato della nostra
stessa coscienza da mantenere di fronte alle esperienze col mondo
esterno. Questa, come le altre forme d’immaginazione di cui si faccia
un uso iniziatico, deve essere trasportata dal centro della testa verso
il « cuore »: è qui che l’immagine può trasformarsi in uno stato
interno, divenire una qualità affine, un potere analogo. ***
Un'altra attitudine immaginativa è quella che si può chiamare il
senso del fuoco o senso del calore. Essa consiste nell'avere
l'immagine del godimento benefico del calore, sentendosi penetrati e
vivificati da esso - come di vita feconda in noi - presente e perenne
come la luce solare. Sentire in noi questo calore come cosa nostra, come
se il sole fosse in noi, radiante. *** E’ facile sottovalutare le pratiche che fanno uso di immagini sembrando esse povere cose di fronte alle grandi promesse delle scienze esoteriche. Ma l’esperienza di chi ha tentato e percorso vie diverse perdendo tempo ed energie mi spinge a far risparmiare ai nuovi venuti errori che lasciano lungamente la loro impronta e deformano l’armonia del nostro essere. Gli accenni di pratiche ora esposti ci abitueranno a vivere intensamente nei movimenti interiori astraendo dalle impressioni sensorie e pur con tutta la vivezza e la realtà proprie a queste ultime. Avremo così uno spontaneo sviluppo di quei poteri sottili, che agiranno nella visione superiore. Sarà pure necessario prepararsi a ciò che dovremo vedere e conoscere anticipando la conoscenza con una visione mentale chiara di quello che ci attende. Supponiamo una impossibilità: un uomo vissuto per tutta la sua vita in una cella buia, senza contatti umani, senza luce e senza suoni, che d’un tratto fosse gettato fuori, in mezzo al mondo. Quel che avverrebbe di lui sarebbe terribile. Eppure tale è la condizione di colui che, avendo vissuto nella stretta prigione dei sensi, d’un tratto sentisse schiudersi la visione spirituale. Dato anche che potesse superare il senso di smarrimento e di terrore, egli saprebbe di vedere, ma non saprebbe dire che cosa vede e tanto meno sapere come vede. E ciò che gli uomini cercano non è tanto qualche potente condizione estatica, quanto invece la coscienza e la conoscenza del mondo spirituale in sé e fuori di sé. |