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Chi è il Mago? |
Essi
bruciano col fuoco noi con l'acqua; essi lavano con l'acqua noi col
fuoco.
VAN
HELMONT
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L'occultismo
ha una «virtù» molto sottile. «Serpentina ». Assai essenziale. Gli
uomini hanno i loro clichés, hanno i loro ideali etici, religiosi o
sociali, hanno le loro opinioni sulla Forza, sul Sapere e sulla
Grandezza. Ma l'occultismo è in tutto e per tutto una cosa differente.
Sfugge, non si lascia misurare. Giunge dal senso opposto da dove sono
rivolti tutti gli sguardi. Così passa inavvertito o, se è avvertito,
sconcerta; toglie la sicurezza a quelli che si credevano sicuri, ben
saldi sulla terra ferma. L'occultista
è un essere a cui non si possono applicare misure. Non si sa che cosa
possa fare né quale sia e per dove giunga la sua azione. La sua via non
e penetrabile. Potete essere il suo amico intimo, il suo compagno, la
sua amante: potete pensare di possedere tutto il suo cuore, tutto il suo
affetto o la sua devozione. Purtuttavia egli è un altro, oltre quello
che conoscete. Vi accorgerete di quest'« altro » solamente quando voi
stessi penetrerete nel suo regno. Allora avrete forse la sensazione che
prima stavate quasi camminando lungo un abisso. Non
importa che in Occidente oggi pullulino le persone che si dicono
occultisti, Iniziati, Maestri, ecc. e che sarebbero molto infelici se
non si sapesse di questa loro presunta qualità. Ripeto invece che,
salvo precise intenzioni, è raro che un vero iniziato si riveli come
tale a chi non è dei suoi. Si è che in lui sopravviene uno stato il
quale distrugge categoricamente ogni passibilità nei confronti degli
uomini. Questi, che cosa dicano o pensino di lui, e che il loro giudizio
su di lui sia giusto o ingiusto cessa di interessarlo come che sia. Per
una inclinazione irresistibile, gli uomini vogliono che si « sappia »
ciò che sono (peggio: ciò che credono di essere); che, quando
agiscono, si sappia che sono essi che hanno agito, e ci si compiaccia
della loro qualità di autori; la non reazione, l'impassibilità
naturale dinanzi alla parola o all'azione ingiusta, non è cosa da loro.
Tutto questo, un occultista invece lo trova puerile. Egli, non
esiste. Cerchino e credano di poter afferrare l'aria, coloro che ci
trovano gusto. Lui, può togliere loro il terreno da sotto i piedi, e lo
farà se ne sarà il caso, senza che essi possano nemmeno avvertire da
dove venga l'azione e, anzi, che ci sia stata un'azione. Vogliono
percuoterlo sopra un guancia? Lo facciano. Egli è disposto anche a
porger l'altra: gioca soltanto i giochi di cui sia lui a porre tutte le
condizioni. Non è in balìa di niente: quali reazioni si debbono
destare in lui per le parole, le azioni o le qualità degli altri, lui
solo lo decide. Lo si dica un vigliacco o lo si dica un eroe, non lo
interessa; studia invece che effetti seguono da questo pensare degli
altri, che conseguenze esso porti per il suo gioco. Egli bada soltanto
che alcune cose accadano: pone freddamente i mezzi e le condizioni,
agisce, e basta. All'azione non aderisce come a cosa sua. Non ne parla,
soprattutto, né vi tiene. Essa è mera strumentalità. L'«
auto-affermarsi » è, poi, una manía che egli non conosce. Più
un occultista avanza, più nel profondo retrocede il suo centro, e
coloro su cui opera e fra cui vive avranno la perfetta illusione di
essere liberi. Non so quanto sia in luce questa caratteristica
dell'occultismo. E’ inutile, del
resto, che sia in luce; è utile che
non lo sia. So però che in Occidente troppo spesso l'occultismo è
alterato da vedute estranee e da pregiudizi profani. Si sa poco, e si
chiacchiera molto. La facilità di equivoci e di malintesi, così, è
stragrande: mentre non bisognerebbe dare nessun appiglio a coloro che
non sanno nemmeno dove sta il principio e ai quali l'occultismo serve
per continuare i giochi e le manie di cui si dilettano gli uomini. Circa
duemilacinquecento anni fa, in Estremo Oriente, fu scritto un libretto,
in cui i principi della saggezza sottile
ed ermetica sono dati in
forma netta, fredda e lucente, come in nessun altro posto. E’ il «
Tao teking » di Lao-tze. Non sarà inutile che qui vengano rievocati
i temi principali di questa sapienza di vita, la quale non ha tempo né
patria. E’ un punto di riferimento senza equivoci. Pericoloso molto,
ma assoluto. Non conosco niente di più assoluto. Una trasparenza
essenziale. Nessuna eco delle limitazioni e delle manie degli uomini. Si
respira, si consiste. Anche
se leggendario, l'incontro di Confucio con Lao-tze narrato da Co-hong
nel « Si-sien-ciuen », è
pieno di significato. Narra Co-hong che Confucio, il quale cercava di
irretire Lao-tze nelle sue preoccupazioni circa il costume, la
tradizione, la morale e il resto, si ebbe risposte tali che, riferendosi
all'incontro, egli non trovò di meglio da dire che: « Reti ed ami
afferrano anche i più agili pesci delle oscure acque; nei lacci cadono
gli animali della foresta; anche i liberi uccelli sono raggiunti dalla
freccia dell'abile cacciatore ma con che cosa mai potremmo noi prendere
il dragone che si libra nell'etere, al disopra delle nubi? Ed
ecco che le massime del « Tao-teking »
scolpiscono gradatamente questa natura del Compiuto,
l'Ambiguo, il Sottile, l'Inafferrabile. La
Via, che è la Via, non è la via ordinaria comincia cosi, il testo. Il
Nome, che è il Nome, non è il nome ordinario. Gli uomini rubano la vita, certo. Stanno fuori dal centro e attirano fuor dal
centro le virtù che dovrebbero restare profonde ed invisibili. Ci si
costruiscono il fantoccio della « personalità », essi, invece di essere;
e ci si aggrappano, contratti, animalmente tenaci: accumulano,
assorbono, stringono, «affermano » ad infinitum: Io! lo! lo! La
maschera, il ghigno diviene tutto. Non si accorgono che ciò è febbre,
errore, mania. La morte, ci sta, dentro alla loro costruzione-guscio. E
la morte li stronca. Sono le larve rigettate nel Gran Gioco. Ecco
che cosa dice il Compiuto: l'affermazione vera, l'individualità
assoluta, non è l'affermazione, non è l'individualità conosciuta
dagli uomini. Via di corruzione e di illusione è questa, invece.
Parlano di possesso, e non sanno che cosa significhi possedere. Parlano
di « forza », e non parlano che di una favola. Egli dice: solo
perdendosi, l'Io si
individualizza; cessare l'« affermazione » per essere realmente individui
e . Non si può avere mantenendo,
non ci si può acuire afferrando.
Il Compiuto scompare così rivela: si vuota, così perviene all'essere
assoluto. Per porsi al culmine, vela il suo lo. Prodigando guadagna;
donando è ricco. Abbandona, si discioglie, sale lascia cadere il
raggio, abolisce lo splendore, si fissa nell'origine invisibile. Concentrato, consegue disperso,
fallisce. Dal pieno si è spostato al « vuoto », lui: qui sta
l'essenza del pieno, come nel vuoto del mozzo la consistenza della
ruota; dal movimento, si porta in ciò che, quale causa reale del
movimento, è senza moto; dall'essere, in ciò che nella sua non
corporeità è nonessere. « lo », « non-Io », « volontà » tutte
manie! Il guadagno diviene perdita. Lo sforzo di chi sta sulla punta dei
piedi non è elevarsi, né è camminare lo scartare ridicolmente le
gambe. Chi si pone in luce resta all'oscuro, chi si ritiene giusto si
trova risospinto indietro: mostrarsi è dipendere, guardarsi è
decadere, sforzarsi è l'inutile, l'insano, ciò che porta sempre più
lungi dal principio. Più « affermi », e più vai fuori, più affermi
il niente. Se
non smetti il gioco della resistenza, del possesso, della tua volontà,
non cesserai di essere giocato. La Via è un'altra: volere senza voler
volere, agire senza voler agire, compiere senza fare, attuare senza
restare l'agente, elevarsi senza dominare. Dritto ma flessibile, chiaro
ma non abbagliante ecco che dice Lao-tze. Essere veramente, è non volere
essere. Egli te li rovescia tutti, i « valori ». Di te, che vieni
innanzi duro e torvo con la maschera del « superuomo », del «
conquistatore », di colui che « si frange, ma non si piega », di te
sorride, fine, come per un bambino. Che ingenuo! E ti dice dell'acqua:
non vi è nulla al mondo, che come l'acqua sia pronto ad assumere una
forma qualsiasi ma nello stesso tempo non vi è nulla che meglio di essa
sappia vincere il forte e il rigido. Essa è indomabile perché a tutto
adattatesi: perché priva di resistenza, è inafferrabile. E la « virtù
» del Cielo, la imita. Il flessibile trionfa sul rigido, il debole
trionfa sul forte. Forte e duro sono i modi della morte, sottile e
flessibile sono i modi della vita: quelli sono in basso, questi in alto.
Questi dirigono quelli: l'incorporeo compenetra l'impenetrabilità della
materia. Chi
si espone, crea la possibilità di esser abbattuto. L'albero forte viene
stroncato... Il fallire è reso possibile dal « volere », la perdita
è resa possibile dall'attaccamento, non vi è azione su cui non
riconvenga una reazione. Così: buon lottatore non usa violenza, buon
vincitore non lotta, buon direttore non dirige, buon camminatore non
lascia traccia, buon detentore non ha bisogno di chiudere, buon
imprigionatore non usa corde. L'esercito veramente vincitore non deve «
combattere » non ha mai ammesso lotta, possibilità di lotta. Senti
quanto tutto questo è sconcertante: tu non troveresti presa, non
troveresti resistenza e sentiresti tuttavia una forza contro cui non
puoi fare nulla, che ti toglie per prima cosa la possibilità della
lotta, perché una spada non può colpire l'aria, perché una rete non
può imprigionare l'acqua. Questa forza posseggono coloro « che sono
stati morsi dal Dragone »: con questa essi dirigono, con questa
operano, invisibili e silenziosi. Gli uomini, per essi non sono nulla
come non sono nulla, gli uomini, per le forze impersonali della natura:
come strumenti essi li usano, dice Lao-tze senza conoscere amore o
odio, bene o male. Forse il costruttore si comporta diversamente con le
pietre che adopera? Il quadrato infinitamente grande non ha più angoli,
il recipiente infinitamente grande non ha più capacità, il suono
infinitamente acuto non è più udibile, l'immagine infinitamente grande
non ha più forma ecco che ti dice Lao-tze. La non traccia è la traccia
del suo Perfetto. Nella vastità della forza del suo spirito, rispetto a
quella limitazione che è la coscienza di voi uomini, sembra che appena
sappia di essere. Sotto l'aspetto della debolezza, ha la vera forza: si
sa potente e sembra debole, si sa illuminato e sembra oscuro, si sa
grande e si mostra piccolo, mediocre; ottunde l'acuto, rischiara il
confuso, mitiga l'abbagliante, si identifica esteriormente al comune.
Progredisce senza avanzare, assorbe senza conquistare, ha senza
prendere. Divenendo come tutti, si diversifica da tutti. E va: prudente
come chi guada un torrente invernale, vigile come chi sa intorno a sé
il nemico, freddo come uno straniero, vanente come fiocco di neve che si
scioglie, rude come tronco non dirozzato, vasto come le grandi valli,
impenetrabile come l'acqua profonda, chiuso come le altezze solitarie.
Giunge senza camminare, penetra senza guardare, compie senza volere,
agisce senza fare, sparisce. Senza comandare, si fa obbedire; senza
lottare, vince; senza chiamare, trae a sé. Quanto deve essere
sconcertante per coloro che hanno il cliché della virilità-muscolo,
della virilità-metallo, questo, che è il vero
uomo, l'uomo assoluto! Egli assorbe serpentinamente in sé la virtù
ambigua della femmina. Ti parla, Lao-tze, appunto della magia invisibile
del femminile, che attrae e assorbe felinamente l'atto del maschio: e la
congiunge all'immagine delle valli, oscure, nascoste, che traggono
irresistibili a sé le acque delle altezze alpestri. «
La Via, che è la Via, non è la via ordinaria », certo. Sai tu che
sono, per esempio, il tuo « eroe », il tuo « martire », il tuo «
uomo di carattere »? Creature di vanità,
e niente più. « Mi frango, ma non mi piego » tu vuoi dire: per il
« bel gesto », per la soddisfazione orgogliosa da far inghiottire al
mio « Io », sacrifico la realtà.
Quel enfant! I fumi dell'« eroico », del « tragico », lui non li
ha, Lao-tze: freddo e lucido, gli importa solamente di compiere.
Tu avanzi? Si trae indietro e poi torna, come l'onda: « retrocedere
di un passo anziché avanzare di un pollice fra due combattenti vince
quello che non combatte ». Poni l'ostacolo, l'« affermazione »? Egli
ti lascia fare, va sotto, ti stronca la radice. Previene ciò che non è
ancora manifesto, agisce su ciò che è ancor debole, scioglie la crisi
prima che essa scoppi. Si sottrae: intende agire là dove non ci sono
condizioni e non ci sono difese, là dove non si crea una « causa »,
ossia dove non si crea nulla su cui possa ritorcersi un effetto. Ti
ripete: l'azione, essi non
sanno che cosa sia. Oggi c'è la religione dello « sforzo », del «
divenire », dell'« atto ». Non il giungere importa, ma il « tendere
infinito », la « lotta », l'« aspirazione eterna ». L'azione serve
loro per sentirsi, non per compiere. Più
sono presi, più sono
eccitati e trasportati più sono contenti: così si sentono
di più, loro, perché,
naturalmente, essi hanno bisogno di
« sentirsi »... Che catastrofe, il giorno in cui non trovassero più
resistenze! Scoppierebbero come quelle bolle d'aria, che sono. E proprio
così accade alla morte, quando si sfascia l'astuccio solido del
corpo fisico che serviva a « riflettere » la loro coscienza, e il nodo
si scioglie e si dilata nell'etere infinito, dove non c'è appoggio e
non c'è direzione, dove è il regno del Dragone. Livellare,
tacere, sparire; la voce, senza parola; la vista, senza l'oggetto; il
possesso, senza il contatto; l'atto, senza il movimento. Questa è la
via del Tao. Paradosso?
non-senso? Tutte parole, piccole mosche che ronzano intorno all'elefante
regale. Bada piuttosto, tu che vorresti passare all'altra sponda, a quel
che ti dice, lui, Lao-tze il sottile:
« Come il pesce non potrebbe vivere abbandonando gli abissi
tenebrosi, così l'uomo volgare non conosca l'arma di questa sapienza
del Signore ». |