Sul
carattere della conoscenza iniziatica
Chi si avvicina alle nostre discipline deve, prima d’ogni altra cosa, rendersi conto di questo punto fondamentale: il problema della conoscenza e il significato stesso di essa vi si presentano in modo affatto diverso che non nei vari domini della corrente cultura.
Dal punto di vista initziatico conoscere non significa « pensare », ma essere l’oggetto conosciuto. Una cosa non la si conosce realmente finché non la si realizza, il che vale quanto dire: finché la coscienza non possa trasformarvisi.
In questi termini conoscenza fa tutt’uno con esperienza e il metodo iniziatico è un metodo sperimentale puro. Come certezza in genere, qui si assume per tipo quella che si lega a quanto mi risulta per esperienza diretta e individuale. Nella vita ordinaria ha un tale carattere ogni sensazione, emozione o diretta percezione (un dolore, un desiderio, un colore, una luce). Qui parlare di « vero » o di « falso » non ha senso, la cosa è la conoscenza stessa della cosa secondo un E’ assoluto, un E’ vissuto che non attende il riconoscimento intellettuale. Non vi sono gradi o approssimazioni o probabilismi in un sapere del genere: o lo si ha, o non lo si ha.
Tuttavia per l’uomo comune, una conoscenza siffatta si restringe all’ordine sensibile, il quale ha un carattere finito, contingente ed accidentale. Quel che ordinariamente egli oggi intende per sapere è qualcosa di diverso: è un sistema di concetti, di relazioni e d’ipotesi che non ha più carattere d’esperienza ma un carattere astratto. Quanto al dato immediato dell’esperienza, ossia quel che risulta direttamente alla propria coscienza, s’inclina a concepirlo come semplice « fenomeno » e dietro ad esso si va a porre o a supporre qualcosa, a cui si attribuiscono i caratteri della realtà vera e oggettiva - per la scienza sarà la « materia » o il vario giuoco delle vibrazioni dell’etere, per i filosofi sarà la « cosa in sè » o qualche altra delle loro idee, per la religione sarà l’una o l’altra ipostasi divina. In genere, la situazione è questa: si organizza un sapere che è il sapere profano il quale non va oltre l’esperienza puramente sensibile e non ha un certo grado d’oggettività se non a patto di trascendere anche tutto quel che ha valore d’evidenza individuale e vivente, di visione, di significato realizzato della coscienza. Sembra dunque affermarsi un’antitesi, nel senso che ciò che è esperienza pura, per aver carattere finito e fenomenico, non è un « sapere » e quel che si considera come un « sapere », in quanto tale, non è esperienza.
Ebbene, la via iniziatica va oltre quest’antitesi, indica una direzione essenzialmente diversa, lungo la quale mai si abbandona il criterio dell’esperienza diretta. Se per l’uomo comune quest’esperienza e l’esperienza sensibile sono tutt’uno, l’insegnamento iniziatico sostiene la possibilità di più forme di esperienza, delle quali la prima non è che un particolare. Tali forme corrispondono ciascuna ad un dato modo di percepire la realtà, sono suscettibili a trapassare le une nelle altre e a gerarchizzarsi in modi di percezione aventi un sempre più alto grado di assolutezza. Secondo siffatte prospettive non esiste dunque un mondo di « fenomeni » e un « assoluto » dietro di essi: « fenomenico » è semplicemente ciò che contrassegna un dato grado dell’esperienza e un dato stato dell’Io, e « assoluto » è ciò che è correlativo ad un altro grado dell’esperienza e ad un altro stato dell’Io, a cui il primo può dar luogo per congrua trasformazione. Quanto alla misura dell’assolutezza, la si può indicare approssimativamente così: essa è data dal grado d’identificazione attiva, cioè dal grado secondo cui l’io è implicato ed unificato nella sua esperienza, e secondo cui l’oggetto di essa gli è trasparente nei termini di un significato. E in corrispondenza a tali gradi la gerarchia procede di « segno » in « segno », di « nome » in « nome » sino a raggiungere uno stato di perfetta visione intellettuale superrazionale, di piena attuazione o realizzazione dell’oggetto nell’Io e dell’Io nell’oggetto, che è uno stato di assoluta evidenza rispetto al conosciuto: stato, raggiunto il quale ogni raziocinare e speculare appare superfluo ed ogni discutere privo di senso. Così è noto il detto, che negli antichi Misteri non si andava per « apprendere », bensì per raggiungere, attraverso un’impressione profonda, un’esperienza sacra (Sinesio).
Come conseguenza di ciò, l’insegnamento iníziatico considera come un fattore più negativo che non positivo la tendenza della mente a divagare nell’interpretazione e nella soluzione di questo o quel problema filosofico, a metter su teorie, ad interessarsi all’una o all’altra delle vedute della scienza profana. Tutto ciò è vano e non conduce a nulla. Il problema reale ha carattere unicamente pratico, operativo. Quali sono i mezzi per ottenere la trasformazione e l’integrazione della mia esperienza? Ecco quel che ci si deve chiedere, ed è per questo che l’iniziazione in Occidente è stata associata meno al concetto di un procedimento conoscitivo che non è quello di un’Arte l’ «Ars Regia» di un’Opera (la «Grande Opera », l’opus magicum, di una simbolica costruzione (la costruzione del « Tempio »), mentre in Estremo Oriente la nozione dell’Assoluto e quella di una via si confondono in un sol termine, Tao.
Appare dunque evidente che quello « spiritualismo » piú o meno teosofico che oggi riempie la testa dei suoi aderenti con ogni specie di speculazioni e di fantasticherie in sede di cosmologia, di mondi ed enti sovrasensibili e così via, a parte il resto, può riuscire solo a fomentare un atteggiamento sbagliato già in partenza. Iniziaticamente sana è solo l’attitudine sperimentale, pratica, di una mente frenata e di un silenzioso, segreto agire, nel segno dell’aureo detto ermetico: Post laborem scientia.
Anzi noi
non temiamo di affermare che non altrimenti stanno le cose nei riguardi di tutto
ciò per cui l’uomo « colto » di oggi si presume una superiorità e si
arrogano il diritto di dire la sua. La cultura nel senso profano moderno non
costituisce né un presupposto necessario, né una condizione privilegiata per
la realizzazione spirituale. Al contrario. Una persona restata fuori dai trivi
della cultura, dello scientismo é e dell’intellettualismo ma dall’animo
aperto, equilibrata, coraggiosa, è, per la conoscenza superiore, più
qualificata che non un qualsiasi accademico, professore, scrittore o « spirito
critico » dei nostri giorni. Così coloro che sono davvero qualcosa
nell’ordine iniziatico sono riconoscibili pel fatto del loro essere
estremamente restii dal teorizzare e dal discutere. Dato che essi scorgano in
voi una aspirazione sincera, essi vi diranno soltanto: ecco il problema ed ecco
i mezzi, andate avanti.
Un'altra conseguenza del concetto iniziatico di conoscenza è il principio della differenziazione, anch'esso in netto contrasto con le idee che informano il sapere profano moderno. Di fatto, tutta la « cultura » moderna (con la scienza in prima linea) è dominata da una tendenza democratica, livellatrice, uniformistica. Vale, per essa, come « acquisizione » ciò che, in via di principio, è alla portata di tutti; cosi una verità, per essa, è tale solo quando tutti possono riconoscerla pur che abbiano un certo grado di istruzione o, al massimo, si prendano la pena di fare certi studi, che però li lasciano perfettamente come sono quali uomini. Così possono andare le cose finché si tratti di qualcosa di concettuale e di astratto, da far entrare nella testa come una cosa in un sacco. Ma quando si tratta di esperienza, non solo, ma di esperienza condizionata da una essenziale trasformazione della sostanza della coscienza, debbono sorgere dei limiti.
Preciso.
Le conoscenze che si raggiungono per tal via non possono essere alla portata di
tutti, né a tutti possono esser trasmesse se non degradandole e profanandole.
Sono conoscenze differenziate, e la loro differenziazione corrisponde a quella
stessa che l'iniziazione, nei suoi vari gradi, determina nella natura umana.
Esse perciò non possono esser veramente intese, cioè « realizzate », se non
da coloro che si trovano ad uno stesso livello, ossia che abbiano un ugual grado
in una gerarchia presentante un carattere rigorosamente oggettivo e ontologico.
Cosí, anche a prescindere da quelle esposizioni occultiste o teosofiste, che
sono semplici divagazioni o fantasie, negli stessi riguardi del sapere íniziatico
ed esoterico effettivo si conferma l'inutilità di una comunicazione e
diffusione di carattere soltanto teoretico. Ridurre una conoscenza iniziatica
ad una « teoria » è il peggio che si possa fare. Qui, se mai, è l'allusione,
il simbolo, che può servire: come a provocare dei lampeggiamenti. Ma se, come
conseguenza, non ne deriva l'inizio di un moto dall'interno, anche ciò ha un
valore nullo. Il carattere stesso della conoscenza iníziatica impone dunque la
differenziazione. Per coloro, per i quali l'esistenza ordinaria e l'esperienza
sensibile rappresentano il principio e la fine di tutto è naturale che manchi
ogni terreno comune per quanto concerne quel conoscere che, per sua essenza, è
realizzazione. Tutto ciò dovrebbe esser visto con perfetta chiarezza, insieme
alla sua naturale conseguenza: abbandonare la partita ovvero ammettere, per La
verità e la conoscenza, misure diverse da quelle venute a predominare nella
cultura e nel pensiero moderno. La via dell'iniziazione è quella che determina
differenze sostanziali fra gli esseri e che contro il concetto ugualitario e
uniformistico del conoscere riafferma il principio del suum cuique: ad ognuno il suo, ossia quel sapere, quella verità,
quella libertà che sono proporzionate a ciò che egli è.
Una
obiezione che vale considerare al momento è quella di chi, abituato a
muoversi fra cose tangibili e idee « concrete », avanzasse che gli stati e le
esperienze trascendenti, cui si è detto, ammesso anche che siano raggiungibili,
rinchiusi come sono nella sfera « soggettiva », si esauriscono in un
misticismo; che il criterio della conoscenza come esperienza e identificazione
è più o meno quello di un semplice sentire e non produce alcuna luce di uno
spiegare, di un comprendere, di un render ragione delle cose e, in fondo, di ciò
stesso che avviene in noi. In altri scritti si esaminerà più da presso
questa questione. Qui basterà metter in chiaro due punti.
Il primo è che, come già si è detto, quando si parla iniziaticamente di « identificazione » si tratta sempre di una identificazione attiva, non di un confondersi, perdersi o sprofondarsi; si tratta non di uno stato infraintellettuale ed emotivo, ma distino stato di chiarezza superrazionale essenziale. In ciò sta la differenza fra la sfera mistica e la sfera iniziatica, differenza essenziale, anche se essa può non riuscire direttamente evidente a coloro i quali, quando non si tratti più né di cose né di concetti astratti, vedono una notte, in cui per loro tutte le cose sono nere.
Il secondo punto riguarda il concetto stesso dello « spiegare », e qui il discorso, se si dovesse andare a fondo, condurrebbe lontano. Si dovrebbe cominciare col ritorcere l'obiezione, rilevando che nessuna delle discipline di carattere profano ha mai fornito né mai fornirà una qualsiasi spiegazione reale. Chi per « spiegare » intendesse ad esempio il mostrare l’inconcepibilità del contrario, è tenuto ad indicare dove, fuor dall'ambito astratto della matematica e della logica formale (ove la « necessità razionale », cioè appunto l'inconcepibilità del contrario, si riduce alla semplice coerenza rispetto a proposizioni preliminarmente convenute), egli riesca a « spiegare » davvero qualcosa. Noi intendiamo riferirci alla realtà concreta - ma qui, dal punto di vista razionale, non vi è assolutamente nulla che sia perché il suo contrario sia inconcepibile a priori, nulla, rispetto a cui, a parte le varie pseudo spiegazioni, non si possa sempre domandarci: « Perché così e non altrimenti? ».
Da ciò procede però come conseguenza importante che sulla via iniziatica l'acquisizione della conoscenza corre parallela a quella della potenza, l'identificazione attiva ad una causa conferendo virtualmente un potere su questa stessa causa (1). I moderni credono che accada lo stesso con la loro scienza, perché attraverso la tecnica essa rende possibile le realizzazioni materiali di cui ognuno sa; ma essi si sbagliano di grosso, il potere dato dalla tecnica, essendo così poco un potere vero quanto le spiegazioni delle scienze profane sono vere spiegazioni. La causa, nell'un caso e nell'altro, è la stessa: è il fatto di un uomo che resta uomo, che non muta in alcun grado sensibile ciò che egli effettivamente è. Ecco perché le possibilità date dalla tecnica hanno un carattere altrettanto « democratico » e, in fondo, immorale quanto le corrispondenti conoscenze: la differenza degli individui, per esse, non significa nulla. E’ un potere fatto di automatismi, un potere che appartiene a tutti e a nessuno, che non è valore, che non è giustizia, essa può far più potente una persona senza che, nel contempo, lo faccia comunque superiore.
(1)
Una volta compreso che conoscenza sígnífica, iniziaticamente, identificazione
e realizzazione, non stupirà piú il fatto che in alcuni testi tradizionali,
dopo aver spiegato modi o nomi di divinìtà, si aggiunge che chi li «conosce»
acquisisce l'uno o l'altro potere; come non stupirà il sentire spesso parlare
di un «segreto» che, « conosciuto » o « trasmesso », darebbe la chiave
della forza. Soltanto dei sempliciotti potranno credere che qui si tratti di una
qualche formula che si possa comunicare a voce o per iscritto, se non pure per
telefono.
(1) SINESIO, Dion., 48.