Una delle cause principali dell'aspetto
sconcertante del simbolismo, specie ideografico, risiede nel fatto che ci si
ostina in un modo di capire che non è l'unico possibile e che non conviene
affatto a questo dominio: risiede cioè nella pretesa di ridurre tutto ad una
comprensione razionale, mentre l'insegnamento esoterico, rivolgendosi sempre ad
altre facoltà che non quelle puramente razionali, non può e non deve
esprimersi in termini che sarebbero di soddisfazione per il razionalista.
Il simbolo, nella conoscenza esoterica, ha il posto
che il concetto ha nella conoscenza razionale e logica. La giustificazione
tecnica fondamentale dell'uso dei simboli (e specialmente dei simboli grafici)
si può formulare così: addestrare lo spirito a comprendere vedendo invece che
pensando – cioè a comprendere saltando l'intermediario che, rispetto alla
conoscenza
integrale, piú che un intermediario è un
neutralizzatore del cervello - della formulazione discorsiva e razionale a cui
l'« uomo colto » moderno è invece abituato.
Molto adeguatamente il Wirth ha chiamato la
filosofia magica una filosofia del silenzio. « La nostra ambizione è di
addestrare il lettore a connettere il suo pensiero non piú a parole secondo il
metodo scolastico, bensì a figure mute, ad emblemi grafici, a simboli e
ideogrammi. Alla meditazione applicata agli elementi di un simbolismo pieno di
sapienza si connette una filosofia del silenzio coltivata da tutte le scuole
iniziatiche », come un modo per sottrarsi alla tirannia delle parole -
pronunciate o pensate -
ormai divenute l'unica moneta corrente ed accettata
dell'intellettualità moderna.
Il simbolo non offre presa alla ragione (nessuno è
piú lontano dal comprendere davvero un simbolo, di chi vi arzigogola sopra con
degli stentati filosofemi): se la comprensione deve avvenire, è necessario che
entrino in azione altre facoltà - facoltà alle quali in una certa misura è
proprio un intelligere che è simultaneamente un vedere ed un « realizzare ».
Se non si inibisce la via per cui la conoscenza
precipita in una serie di pensieri formulati dal cervello in parole, ed aventi
dunque un valore semplicemente discorsivo e interindividuale, è certo che nulla
potrà venire dal tesoro della sapienza esoterica. Il simbolismo, con cui è
stata sempre rivestita tale sapienza, ne preserva dunque la purità - nello
stesso tempo che garantisce anche la libertà dell'individuo.
A quest'ultimo riguardo è infatti importante
rilevare che il simbolo, a differenza dell'argomentazione che vuole convincere
del ragionamento « stringente », non si impone. Esso lascia all'individuo la
sua indipendenza.
Non parla, che quando si voglia farlo parlare con
un atto interno, nel silenzio, in un rapporto attivo, per così dire, del «
solo al solo ». Il senso stesso che ancor oggi ha volgarmente la parola «
ermetico » (stile ermetico, personaggio ermetico, ecc.), mostra da sè quanto
questa legge generale di ogni insegnamento iniziatico sia stata seguita dalle
esposizioni di coloro che si dicevano appunto i « Figli di Ermete ».
Non senza relazione con ciò, va considerata la
parte che nell'ermetismo alchemico ha il mito tradizionale. Il punto di vista è,
qui, che esso è una forma nella quale si è conservato e si è trasmesso
segretamente l'insegnamento esoterico, nei suoi stessi aspetti operativi
paratici.